lunedì, 09 ottobre 2006
Eccovi il link alla galleria fotografica che Repubblica ha dedicato a Romics:
http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/scuola/festival-cosplay-roma/festival-cosplay-roma.html

Devo dire che i costumi di Actarus e Hurricane Polymar sono veramente bellissimi!
postato da: ondaraminga alle ore 20:10 | Permalink | commenti (2)
categoria:news
domenica, 01 ottobre 2006
Alain era tra la folla e assisteva addolorato all’esecuzione di morte per decapitazione dei suoi due amici più cari: Bernard e Rosalie.
Era il 29 luglio 1794 e, dopo l’esecuzione di Robespierre, avvenuta il giorno prima, si stava procedendo a quella di tutti i suoi seguaci.
Alain era lì, avrebbe voluto aiutarli, ma era consapevole che sarebbe morto anche lui senza migliorare le cose. Pensò a come sarebbe stato, se anche lui fosse morto, e solo in quel momento si rese conto che era rimasto l’unico, era il solo a sapere di Oscar e Andrè, della Regina, di Rosalie, di Bernard! E pensare che solo pochi mesi prima erano andati a fargli visita per raccontargli gli ultimi avvenimenti della Rivoluzione!
Era impressionante…No! Non poteva morire! Era una storia troppo bella e tragica nello stesso tempo per morire con lui!!!

Si ricordò che Bernard gli aveva detto che voleva scrivere un libro sulla Rivoluzione…e parlare anche di Oscar e André…forse l’aveva già iniziato! Doveva proseguire a raccontare, e doveva farlo al più presto, ma come?
Non era molto istruito e da tempo aveva dimenticato come si teneva in mano una piuma! Ma i suoi pensieri furono interrotti dal grido “Chatelet Bernard et La Morielle Rosalie, condannati per aver appoggiato pubblicamente Robespierre!”.
Alain, che si trovava vicino al carro, incrociò lo sguardo di Rosalie e lesse sulle sue labbra sottili: “La rosa…Chantal!”. Alain annuì, senza tuttavia capire il significato di quelle parole.
Quando la ghigliottina ebbe fatto il suo dovere, Alain tornò nel paese dove si era trasferito dopo il 1789, e durante il viaggio pensò alle ultime parole di Rosalie e al suo progetto di raccontare a tutta la Francia di Oscar Françoise de Jarjaies ma si rese conto che sapeva ben poco di lei, e rifletté se ci fosse qualcuno che lo potesse aiutare: il Generale e la nonna di André erano morti, così come la Regina, Rosalie e Bernard.
A chi si poteva rivolgere? Ad un tratto si ricordò che André gli aveva parlato molte volte di un conte svedese, amante della Regina, che gli aveva rubato “il suo tesoro più prezioso”; ma ne parlava come fossero amici e quindi Alain, anche se non aveva mai capito la frase, decise di rintracciare quel…. Come si chiamava?… Conte di….. Fer… Fer… Fersen!
Sicuramente, se era ancora vivo, avrebbe saputo dargli un aiuto: conoscendo André, doveva per forza sapere qualcosa di Oscar. E poi c’era sempre il presunto manoscritto di Bernard.
Avrebbe prima mandato una lettera al conte, dicendogli che si sarebbero incontrati a Varennes, luogo in cui abitavano i suoi due giovani amici, e poi, una volta qui, avrebbe cercato ciò che aveva scritto il giornalista rivoluzionario! Inoltre a Varennes conosceva il proprietario di una locanda, che li avrebbe ospitati a buon prezzo!
Si recò da un amico d’infanzia, ora avvocato, Gilbert, e gli annunciò che voleva scrivere un libro. “Tu? Ma piantala di scherzare Alain! Non sai neanche cos’è una A!”. Ma Alain non scherzava, e disse: ”Sì, scusa, mi sono espresso male! Scriverai tu al posto mio! Tutta la Francia deve sapere la storia di due ragazzi che hanno dato la vita per i loro ideali!” Mentre diceva questo le lacrime gli scendevano dagli occhi e per la prima volta Gilbert si rese conto che il suo amico era molto più profondo di come sembrava e che la sua vita era stata piena di tragedie e di dolore. Per la prima volta capiva chi era Alain!
Gli promise che lo avrebbe aiutato e Alain gli chiese un ultimo favore: scrivere una lettera a Fersen per invitarlo in Francia e raccontargli di André. L’avvocato, al nome di Fersen si fermò a pensare...l’aveva già sentito quel nome...ne era certo, ma non disse niente ad Alain per non turbarlo.
Quello stesso giorno Alain spedì la lettera e la risposta di Fersen non tardò ad arrivare. Il conte sarebbe giunto a Varennes il 12 agosto, ma temeva di essere di poco aiuto. Alain certo non immaginava che Fersen non solo non gli sarebbe stato d’aiuto, ma avrebbe addirittura rappresentato un impiccio.
La sera del 31 luglio Alain e Gilbert erano già a Varennes e il locandiere amico dell’ex soldato stava mostrando loro le camere.
“Ehi Jean, tra qualche giorno arriverà anche un altro mio conoscente: tieni un posto anche per lui!”, avvertì Alain. “Niente paura! Qui c’è posto per un intero esercito!!!”. I giorni passarono e finalmente arrivò il 12 agosto.
Alain pensava di sostare per qualche giorno a Varennes con Fersen e di cominciare a scrivere qualcosa su André; poi sarebbero andati a recuperare, in massimo segreto, qualche scritto di Bernard. Intanto era già sera inoltrata e Fersen non si vedeva.
Alain cominciò a pensare che forse era stato aggredito dal popolo rivoltoso, e inoltre non sapeva neanche che tipo di uomo si sarebbe trovato davanti! Per quanto aveva capito dalle vaghe descrizioni di André il conte era un uomo molto scaltro e in gamba! Ma intanto non si vedeva nessuno all’orizzonte, e Alain si decise che Fersen si era guardato bene dal recarsi nella Francia della “Madame Guillottine” e si avviò verso la locanda.
Proprio in quel momento sentì galoppare in lontananza e quando si voltò vide uno spettacolo terrificante: il comandante Oscar? Il suo fantasma? Oppure chi era quel cavaliere dai lunghi capelli biondi con un mantello nero che cavalcava così elegantemente? A mano a mano che si avvicinava Alain capì che era stato uno scherzo del destino e che quello molto probabilmente era il conte Hans Axel Fersen!
Quando gli fu praticamente di fronte Alain ne fu sicuro e disse: ”Benvenuto conte, benvenuto nella Repubblica di Francia!”. L’uomo scese da cavallo e salutò Alain: ”Grazie Alain, chiamatemi soltanto Fersen! Vedete, sono partito di nascosto dalla Svezia nonostante il divieto del mio stesso Re. Loro dicono che… Ma lasciamo stare..”.
“Giusto! - proseguì Alain - Parleremo di tutto domani! Ora godiamoci una buona zuppa alla locanda dove alloggerete!”.
La locanda era a circa un’ora di cammino e Alain cominciò subito a raccontare al conte della sua idea di scrivere un libro sulla Rivoluzione, o meglio, di continuare quello di un suo amico morto pochi giorni prima. Gli annunciò che voleva scrivere anche di André, e che lui gli sarebbe stato di molto aiuto! Non menzionò Oscar perché pensare a lei e soprattutto parlarne non gli piaceva, lo faceva commuovere e voleva dare l’impressione di un uomo sicuro e forte!
Ad un certo punto si accorse che Fersen lo ascoltava come se non sapesse nulla di quello che stava raccontando e gli chiese se ci fosse qualche problema. “Vedete Alain -rispose il conte- il fatto è che non vi posso essere d’aiuto! La ragione per cui sono venuto, correndo molti rischi e pericoli, è che solo voi potete aiutarmi a ritrovare me stesso! Perdonate il mio egoismo!”.
Alain non capiva: ”Cosa state dicendo? Voi conoscevate bene André: mi parlava spesso di voi.”.
Ma lo svedese ripeté: ”Non posso proprio aiutarvi! Forse lo conoscevo, ma è stato molto tempo fa! Circa un anno fa, il 17 giugno 1793, mentre cavalcavo nel parco della tenuta di mio padre, caddi bruscamente e da allora, mio caro Alain, io non ricordo più niente della mia vita precedente! Ho fatto di tutto per venire qui: mi sono opposto al volere del Re che continuava a pregarmi di non partire, e a quello di mio padre, che ha fatto di tutto per impedirmi di compiere questo viaggio insidioso! Oh come sono stato stupido! Pensavo che vedendovi mi sarei ricordato tutto, ma non è stato così!”.

Alain si demoralizzò: stava rischiando la vita ospitando un nobile che non lo avrebbe neanche aiutato. Ma, provando compassione per il conte, gli disse che lo avrebbe aiutato e poi aggiunse: ”Ma davvero non ricordate nulla? Neppure la Regina Maria Antonietta?”
“Oh non pronunciate ancora quel nome! Nel tentativo di curarmi molti mi hanno parlato della Regina e della nostra storia d’amore, ma io non la ricordo, come non ricordo il vostro amico! Io non so più chi sono, l’unico ricordo che ho è…ma no, non ha importanza, i sogni e la fantasia a volte fanno brutti scherzi!”.
Intanto erano giunti davanti alla locanda e Alain mostrò a Fersen il luogo dove sistemare il cavallo. Il conte durante il viaggio aveva ripetuto molte volte che era sicuro di aver già visto quei luoghi, che gli erano familiari, e Alain gli aveva detto che aveva percorso chissà quante volte quella strada, visto che era la principale per arrivare a Versailles.
Entrati nella locanda si sistemarono ad un tavolo e Alain ordinò a Jean due piatti di zuppa calda per lui e il suo amico “Hans”! Jean impallidì e corse al tavolo suscitando la curiosità di Alain che si chiese da quando il suo amico fosse così laborioso. Ma non si trattava di lavoro! Jean prese per un braccio Alain e gli chiese: “Da dove viene il tuo amico? Rispondi Alain!”
“Dalla Svezia! Si chiama Hans Axel von Fersen…lo conosci?”
“Alain ma sei impazzito? Se trovano quell’uomo lo ammazzano! Nascondilo nel retro della locanda, presto!”
Alain che continuava a non capire disse a Fersen di seguirlo nel retro, dove Jean si avventò sul conte gridando: “Voi, come osate tornare in questo paese? Vi ucciderei con le mie stesse mani, se non foste amico di Alain!"
Fersen non si perse d’animo e disse chiaramente che lui non sapeva di cosa stesse parlando e tentò di spiegarne la causa, ma il locandiere lo bloccò: “Tutte storie! Se siete venuto per la Regina sappiate che è troppo tardi! La abbiamo già affidata e Madame Guillottine! Forse non lo sapevate, la Svezia è troppo lontana e certe notizie non arrivano…Tre anni fa…Non vi ricordate cos’è successo tre anni fa? Alain, ti chiedo il permesso di uccidere quest’uomo, per quello che ha fatto alla nazione!”.
Alain prese le difese di Fersen e spiegò la causa per la quale egli non ricordava più niente; il locandiere anche se ancora diffidente raccontò: “Il 20 giugno 1791 voi cercaste di portare in salvo la famiglia reale, ma la carrozza fu fermata qui, davanti alla locanda: voi parlaste con Maria Antonietta, poi vi mischiaste con la folla e spariste dalla circolazione! Solo più tardi mi fu detto che eravate il famoso conte di Fersen, il famoso amante della regina! Non dimenticai mai la vostra faccia e giurai a me stesso che se vi avessi ritrovato vi avrei ucciso con le mie mani!”.
Alain ricordò di una fuga sventata della famiglia reale, ma non sapeva che proprio Fersen ne era il responsabile! Si pentì di averlo invitato, ma nello stesso tempo provò compassione per quell’uomo che veniva aggredito per una colpa che non ricordava di aver commesso. E poi la sua non era una colpa: in fondo aveva messo in pericolo la sua vita per salvare la donna che amava.
Alain promise a Jean che non si sarebbe più fatto trovare alla locanda con l’amico svedese, e il locandiere a sua volta dette la sua parola che non avrebbe aperto bocca sulla sua presenza in Francia! Uscirono dal retro, e Alain procurò all’amico un cappello per evitare altri incidenti, poi mandò a chiamare da Jean l’avvocato Gilbert, che in pochi minuti si trovò sul retro con gli altri due.

Quando l’avvocato seppe ciò che era accaduto alla locanda capì che anche lui era in serio pericolo e per un momento pensò di tornarsene a casa, ma poi non se la sentì di abbandonare così Alain e annunciò agli amici che sarebbe rimasto con loro.
La notte era ancora lunga, e Fersen correva un grosso rischio a chiedere ospitalità, così Alain decise di anticipare la visita alla vecchia dimora ormai disabitata di Bernard, ai limiti del paese; in fondo di notte era comunque meno pericoloso.
Mentre si stavano dirigendo alla casa Alain si rese conto che il pericolo che correvano era veramente grande: rischiavano di essere ghigliottinati con l’accusa di essere “nemici del popolo!”, lui, proprio lui che aveva combattuto contro la monarchia e che voleva scrivere un libro su due fantastici rivoluzionari!
In quel momento di sconforto esclamò: “Ah se ci fosse Oscar…”. Fersen sussultò e girandosi di scatto verso Alain gridò: “Come avete detto? Oscar? Ho già sentito quel nome, ma… chi è?”.
Alain si stupì molto e rispose: ”Il comandante Oscar…una donna fantastica…non ho mai conosciuto una donna così!”. Fersen impallidì: “No, non può essere…ma allora…”
“Cosa non può essere, Fersen, cosa? Ricordate qualcosa?”
“Il sogno, Alain, il sogno! Tutte le notti vedo una bellissima donna bionda con grandi occhi azzurri che, vestita come un uomo, cavalca un destriero bianco. Poi scende, e all’improvviso è vestita come una dama: noi balliamo, lei mi dice di chiamarsi Oscar, e poi svanisce come per magia!”.
“Sì, sicuramente vi ricordate del comandante Oscar…André non mi aveva mai detto che la conoscevate…”.
“Alain, vi prego, parlatemi di lei, così che io possa ricordare!”.
Alain raccontò tutto quello che sapeva di Oscar prima che diventasse comandante dei soldati della Guardia.
Fersen cominciò a ricordare, prima solo immagini offuscate, poi sempre più definite, e infine disse che si ricordava tutto quanto, Maria Antonietta, André, Luigi XVI, Versailles, la fuga di Varennes…ma certo…la guerra in America e…il ballo in cui Oscar gli aveva aperto il suo cuore…
A queste parole Alain impallidì: Oscar amava Fersen? Ecco cos’è che il conte aveva rubato ad André: l’oggetto prezioso era il cuore di Oscar! In quel momento voleva dire tante cose ma l’unica parola che gli uscì dalla bocca fu: ”Cosa?”.
Fersen proseguì: “Ma certo, io le dissi che amavo Maria Antonietta e che lei era solo il mio “migliore amico”. Ma quando mi disse “Addio” capii che era solo lei l’unica donna che avessi mai amato, Oscar Françoise de Jarjaies! Alain vi prego, portatemi da lei!”.
Alain, sconvolto, decise per il momento di non turbare il conte con la tragica notizia della morte di Oscar, e gli annunciò che era emigrata in Austria dopo la Rivoluzione per sfuggire ai rivoluzionari. Fersen promise ad Alain che lo avrebbe aiutato, e poi sarebbe andato a cercarla.
Intanto erano giunti davanti alla casa disabitata di Bernard e Rosalie e Alain decise che sarebbero entrati lui e il conte, mentre Gilbert sarebbe rimasto fuori a fare la guardia. Erano appena entrati che da lontano una voce femminile disse: “Se cercate Bernard Chatelet, sappiate che è stato ghigliottinato!”.
Alain si fece coraggio e chiese alla donna di mostrarsi; la ragazza venne avanti e si presentò: “Salve signori, mi chiamo Chantal e se cercate ospitalità siete arrivati nel posto giusto. Voi siete per caso Alain de Suason?”.
Alain si ricordò delle ultime parole di Rosalie e annuì: ”Sì, e sono qui per cercare il manoscritto di Bernard sulla Rivoluzione!”.
Chantal gli rispose: “Mi spiace, tutti gli scritti di Monsieur Chatelet sono stati bruciati, ma ho lo stesso qualcosa per voi! Seguitemi.”
La ragazza guidò i due verso una stanza piccola illuminata da una fievole candela e disse: “Ho 21anni e sono, o meglio, ero la cameriera di Rosalie. Il giorno che vennero a prendere Bernard, la mia padrona scoppiò in lacrime e mi disse che sarebbero venuti a catturare anche lei a distanza di qualche giorno e mi disse di nascondermi a casa mia fino al suo arresto; poi mi affidò una rosa bianca e mi ordinò di custodirla e di darla a voi, Alain de Suason, e che avreste capito.”
A quel punto Chantal diede ad Alain la rosa bianca di carta e scappò via. Fersen non aveva capito nulla di quello che era successo e chiese spiegazioni. Alain gli raccontò che quella rosa era stata fata dalla Regina la notte prima della sua esecuzione, e che il suo ultimo desiderio era stato quello di colorarla con il colore preferito di Madamigella Oscar.
Fersen cominciò a dubitare della storia dell’Austria, ma non indagò perché in fondo riteneva Alain un uomo onesto.
I tre decisero di passare la notte nel casolare e il mattino seguente sarebbero partiti per Versailles. Alain voleva trovare tracce di Oscar, e Fersen voleva mettere a fuoco i ricordi.
Il giorno dopo arrivarono a Versailles nel tardo pomeriggio e grazie all’abile Gilbert riuscirono ad ottenere il permesso di ispezionare il castello di Versailles e il Petit Trianon. I tre si recarono immediatamente alla reggia e Fersen mano a mano che vedeva saloni e corridoi ricordava il suo passato e quando giunsero nel Salone degli Specchi ci mancò poco che piangesse, ricordando la sua Oscar.
Dopo mezz’oretta di cammino arrivarono davanti al Petit Trianon e qui Fersen ricordò per un momento la sua Regina e si rese conto che non l’aveva mai amata come Oscar, però le aveva voluto molto bene e i suoi occhi si riempirono di lacrime; si gettò a terra e affermò che la Francia era stata per lui fonte di gioia e di dolore, e che non vi sarebbe più tornato per non rievocare i fantasmi del passato.
Alain, commosso dalle parole dell’amico lo aiutò a rialzarsi e gli chiese se era ancora sicuro di voler entrare nel Petit Trianon. Egli rispose che ormai valeva la pena di entrare e, come il giorno prima, lasciarono Gilbert di guardia. Lo splendore non era neanche più la metà di quello di una volta, ovunque vi erano ragnatele e i mobili erano quasi ammuffiti.
Fersen, che di quel luogo era pratico, guidò Alain nella camera della Regina, e lo esortò a spostare un mobile; infatti sotto di questo si trovava una botola dove la regina nascondeva le lettere di Fersen. “Alain, vi chiedo il permesso di bruciare queste lettere, così che il nostro amore possa rimanere nascosto!”.
Alain annuì e invitò il conte a procedere: Fersen prese tutti quei fogli e li buttò nel caminetto. Però al fondo della botola c’era ancora qualcosa: un libro, no il diario, il diario di Maria Antonietta. Fersen lo porse ad Alain dicendo: “Fatene quello che volete. Se vi può servire, leggetelo, ma poi, vi prego, bruciatelo.”
Alain lo prese e cominciò a sfogliarlo. Sapeva leggere a malapena, ma non osava dirlo al conte e cercò di sforzarsi per decifrare qualcosa. Il 3 aprile 1785 Antonietta scriveva: “…Ho detto solo a Madamigella Oscar che il mio ultimo nato, Luigi Carlo, duca di Normandia, non è figlio del Re, ma del mio amato Fersen, questo sarà il nostro piccolo segreto…”. Alain non era istruito ma non era neanche stupido: gli bastarono poche parole per capire il significato della frase e guardò Fersen compiangendolo per la sua vita così disperata. “Voi…voi eravate…”, Fersen non capiva, “Voi eravate il padre del delfino? Di Luigi Carlo, terzogenito di Maria Antonietta.”. Fersen impallidì e strappò il diario dalle mani di Alain per gettarlo nel fuoco, ma dall’ultima pagina saltò via una busta che Alain prontamente afferrò. Era una lettera indirizzata a Madamigella Oscar. La aprirono e Fersen lesse:

Versailles, 27 giugno 1789
Mia carissima Madamigella Oscar,
Quello che vi scrivo è una confessione da amica e per questo voglio che voi bruciate questa lettera prima che capiti in mani sbagliate. Dopo che ci siamo dette addio e le nostre strade si sono separate ho pianto molto e mi sono resa conto che nella mia vita ho sbagliato tutto quanto. Ora non posso più riparare e non otterrò più l’amore del mio popolo, quindi non mi resta che tentare di salvare almeno la mia famiglia. Voi ora siete la mia migliore amica e la mia peggior nemica, ma vi prego di esaudire due miei desideri. Il primo è che voi vi mettiate in salvo e non corriate rischi schierandovi con il popolo; il secondo è quello di mantenere il silenzio sul nostro prezioso segreto. Forse non troverò mai il coraggio di dire a Fersen che il Delfino è suo figlio, e proprio per questo vi prego di tacere.
Maria Antonietta

Il conte piangeva mentre leggeva a voce alta e la lettera si dimenava nelle sue mani nervose e tremanti. Quando ebbe finito si girò verso Alain e gli disse: “Se Madamigella Oscar si è unita ai rivoluzionari, non può essere emigrata in Austria per fuggire ai suoi alleati! Ora ditemi Alain, dov’è Madamigella Oscar?”.
Alain, sconvolto da quello che aveva scoperto negli ultimi minuti, lo fissò a lungo in silenzio e poi gridò: “È morta, maledizione! Oscar è morta, come André, sono morti il giorno della presa della Bastiglia! Voi non potete sapere quanto si soffre a veder morire lo stesso giorno i migliori amici che un uomo possa avere! Si amavano, Fersen! Oscar aveva capito finalmente che l’uomo della sua vita era André, e non eravate certo voi! E poi…sono morti!”.
Fersen era come ipnotizzato da ogni parola che usciva dalla bocca di Alain promise a se stesso che non sarebbe mai più tornato in Francia. All’improvviso da un angolo buio un’ombra avanzò dicendo: “Oscar non è morta, lei vive nei nostri cuori!”.
Sbalorditi, Fersen e Alain guardarono quell’uomo dai lunghi capelli castani con aria interrogativa ed egli proseguì: “Sono Girodel, ex-comandante della Guardia Reale. Come voi Fersen, ho amato Oscar, e dal giorno della sua morte, provocata da uno dei miei soldati, vivo qui. La Regina mi aveva affidato quella lettera da dare personalmente a Oscar, e quando lei morì io mi rifugiai qui, riportando la lettera al suo vecchio posto. Ma vi prego Alain, di abbandonare il vostro progetto di scrivere quel libro. Oscar e André non amavano la notorietà e verrebbero sconvolti troppi cuori se la Francia saprà…”.
Alain lo tranquillizzò: “Dal momento in cui il conte ha cominciato a leggere la lettera della Regina, ho abbandonato la mia idea. Questa storia morirà con noi!”; poi frugò nelle sue tasche e trovò la rosa di carta. Girodel la vide e disse: “Il fiore del colore preferito di Oscar!”
Alain stupito chiese a Girodel come facesse a sapere che il bianco era il colore preferito di Oscar, e lui rispose che una volta gli aveva confidato, passando davanti ad un giardino di rose bianche, che il bianco era il colore che preferiva perché le ricordava tanto Arras, il paese dove si recava spesso con André da bambina, e perché, diceva, era il colore della libertà. Decisero di seppellire la lettera e la rosa vicino alla tomba di Oscar.
Fersen era rimasto come immobile, scosso da quell’ultimo arrivare a raffica di notizie tragiche, poi finalmente parlò: “Promettete Alain, che non direte mai niente su quanto avete sentito in questi ultimi momenti? È importante Alain, vi prego, ho bisogno della vostra parola!”
“Lo prometto!”.
Ma qualcuno parlò...

Marcella

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