domenica, 14 gennaio 2007
Il carretto faticava a camminare a causa della pioggia. I vestiti pesavano, come la sua anima ferita dal tempo, dagli avvenimenti.
Lo sguardo segnato dalle lacrime e dagli anni che passano per tutti e per nessuno.
Voleva guardarla negli occhi quella donna, colei che aveva fatto soffrire il suo amico, colei che lo aveva fatto morire d’amore.
Dopo tre anni dal 14 luglio l’aveva finalmente trovata e poteva gettarle in faccia tutto il suo rancore.
Si era trasferita in Normandia dopo quel fatidico giorno e aveva perso le sue tracce.
Ci sono voluti anni d ricerche estenuanti per trovarla.
Ecco la casa.
Alain scese dal carretto, aprì il cancello ed entrò. Andrè gli aveva descritto quella casa come un castello fatato, invece Alain provava ribrezzo per quella casa solo perché era di lei.
Lei lo aveva ucciso, come se quel colpo in pieno petto lo avesse sparato con tutta la freddezza che aveva in corpo, senza pietà, per poi piangere lacrime di coccodrillo al suo capezzale, sputando frasi a caso per farlo contento in punto di morte e fargli credere che il suo amore fosse corrisposto.
Ora Alain era di fronte alla sua porta, avrebbe voluto buttarla giù, ma il suo affetto e rispetto per Andrè lo fermarono.
Cominciò a bussare,il cuore in gola.
Sentì dei passi incerti dietro, la maniglia si abbassò e…eccola, in abiti maschili, sorpresa di vederlo lì.
Alain la guardò gelido. Lei, per niente intimorita dal quello sguardo tagliente lo invitò ad entrare.
“Sono sorpresa di vederti, Alain”
“Sono anni che vi cerco, comandante Oscar”
“Vieni, Alain, accomodati”
Alain la scrutò, fissando il suo viso stanco, provato ma sempre bello. Il suo corpo era cambiato, non era più magra e pallida, era cambiata.
Alain prese posto di fronte a lei d’avanti al camino acceso ma ciò non bastava per scaldarsi, ormai sentiva freddo nell’anima da anni.
“Come mai sei qui?”
”Siete sparita…dopo…”
“Alain, ti prego...”
“…dopo la morte di Andrè. Siete scappata come una ladra”
“Non puoi capire, Alain”
“Io capisco benissimo invece. Siete scappata dopo la sua morte e pensare che lui vi amava!”
“Anche io lo amavo, Alain!”
“Non vi credo” sibilò Alain.
“Come vuoi, a me non importa. Mi hai cercata solo per accusarmi di una cosa che non ho fatto?”
“Vi ho cercata perché volevo guardare in faccia colei che ha rubato la vita al mio amico. Gli avete mentito in punto di morte!
“Tu non sai, non puoi sapere, Alain”
“Cosa dovrei sapere? Che siccome eravate nobile non potevate amare uno come Andrè?” Rispondete!” Alain pronunciò queste parole gridando
“Alain ti prego, non gridare”
“E invece grido quanto mi pare perché vi ricordo che ora non siete più il mio comandante…ai miei occhi siete solo un’assassina!”
Un sonoro schiaffo segnò il viso di Alain, una vocina pose fine al silenzio gelido dei due
“Mamma, chi è che grida?”
Alain impallidì: mamma? Aveva sentito bene?
Prima di girarsi Alain guardò Oscar che abbassò lo sguardo. Si voltò e vide un bambino di tre anni circa che lo fissava curioso.
Alain scrutava il bimbo con molta attenzione: non era possibile, era la copia in miniatura di Andrè.
“Mamma, ho sete, quando vieni a ninna con me?”
Oscar prese in braccio il piccolo: “Ora vengo, prima mamma deve parlare con questo signore. Ora ti do un po’ d’acqua e vai a letto, io ti raggiungo tra un po’ d’accordo?”
Il bimbo annuì con la testa.
“Mamma però non tardare troppo se no mi manchi” disse il bimbo abbracciando la mamma.
Oscar tornò da Alain dopo aver messo il piccolo a letto, pronta per affrontarlo.
“Voglio una spiegazione per quello che ho appena visto” disse attonito Alain “chi è quel bambino?”
Oscar tirò un sospiro: “E’ figlio di Andrè, mio e di Andrè”
”Non ci credo”
“Credici. Lo abbiamo concepito poco prima di arrivare in caserma quella notte e come puoi vedere è la copia di suo padre. Dopo la morte di Andrè volevo morire poi scoprii di essere incinta e ora vivo solo per mio figlio e basta. E’ lui che mi tiene viva. I mesi della gravidanza sono stati i più difficili della mia vita: ero sola e non sapevo a cosa andavo incontro. Mi ha aiutata un’amico che vive qua vicino. E’ stato lui che ha fatto nascere Andrè. Non credere che il parto sia stato facile. Ho creduto di morire in quelle ore interminabili. Pregavo Andrè di fare smettere quei dolori atroci, poi finalmente è nato e tutti i dolori svanirono nello sguardo del mio bambino. Non credevo che un giorno avrei provato la gioia di essere madre ed è stupendo, Alain. Io lo amo, lui tiene vivo Andrè e sento che mi ama come mi amava lui”
Calde lacrime uscirono dagli occhi di Oscar.
Alain non sapeva cosa dire, non sapeva se essere contento o arrabbiato perché lei aveva nascosto tutto.
“Come vi mantenete tu e…” non riusciva a dirlo.
“Lavoro come insegnante nella scuola del paese”
“Il bambino sa di suo padre?”
“Sì”
Il silenzio li avvolse come una nebbia fitta che non lascia passare neanche il respiro.
“Meglio che vada” disse Alain interrompendo quella cappa pesante di silenzio.
“Perché non rimani ancora un po’?”
“No! Non riesco a guardarvi negli occhi. Potevate scrivermi, almeno avrei saputo e non vi avrei odiata tanto, io che vi ho amata. Non so cosa speravo venendo qui, forse…ma no, lasciamo perdere. Ora dentro me c’è un groviglio di sentimenti nei vostri confronti: odio, rancore e l’amore che nonostante tutto quello che è successo non vuole soccombere e brucia la mia anima e il mio cuore. Me ne vado perché non so se riuscirei a trattenere il desiderio che ho di uccidervi e di fare l’amore con TE ora”
“Faresti questo ad Andrè, Alain?”
Senza dire una parola Alain si voltò ed uscì da quella casa per sempre.
Robert arrivò poco dopo trovando Oscar seduta sul divano in lacrime.
“Oscar! Cos’hai, è successo qualcosa al piccolo Andrè?”
“No, Robert. Andrè sta bene è che…oh! Robert, ti prego abbracciami”
Robert la strinse forte, l’amava, le aveva dichiarato il suo amore poco tempo prima e lei aveva rifiutato perché pensava ancora al padre del bambino, voleva tempo e lui era pronto ad aspettare, anche tutta la vita.
Oscar si sciolse in quell’abbraccio. Provava un sentimento profondo per Robert ma aveva paura, non voleva deludere Andrè né tradirlo con un altro uomo.
Gli raccontò dell’incontro con Alain e di come tutto il suo passato era tornato per piegarla nuovamente, senza pietà.
“Questa notte rimango qui. Dormirò sul divano ma non ti lascio sola dopo tutto quello che è successo.”
“No, Robert. Non ti devi disturbare. Sto bene.”
Robert le prese il viso tra le mani e guardandola negli occhi le disse: ”No, io non ti lascio sola e non è affatto un disturbo ma è un onore per me”
Oscar gli sorrise debolmente e andò a dormire.
La donna stava dormendo e sognava di essere ad Arras mentre mostrava quei luoghi meravigliosi a suo figlio. Ad un tratto si ritrovò nelle scuderie, il bambino non c’era più ma al suo posto c’era Andrè che le sorrideva come solo lui sapeva fare.
“Andrè…” pronunciò Oscar commossa.
“Ciao amore” rispose lui.
“Mi manchi tanto, Andrè, mi manchi da morire”
“Io ci sono, sono vicino a te, sono nel tuo cuore amore”
“Oh Andrè, mi sento così sola.”
“Tu non sei sola, c’è il nostro bambino con te. E’ così bello e tu sei una madre eccezionale ma ha anche bisogno di una padre e tu di qualcuno che ti protegga. Ascolta Oscar, io so che per lui provi qualcosa, non devi vergognarti, lasciati andare amore mio. E’ un uomo eccezionale e ti ama. So che ti proteggerà ad ogni costo e sarà un ottimo padre per il nostro piccolo. Vivi Oscar, vivi anche per me amore mio. Lasciati andare e non temere perché io ti amo e so che tu mi ami,mi hai amato e mi amerai per sempre. Veglierò su di voi. Non piangere amore mio, non piangere perché sono con te anche se tu non mi vedi. Ero al tuo fianco quando è nato il nostro bambino, ti tenevo la mano e cercavo di darti coraggio. Ci sono sempre stato e ci sarò. Sappi che appoggio i tuoi sentimenti per Robert. Se guardi i suoi occhi potrai vedere i miei e vi leggerai amore e devozione”
Andrè la baciò dolcemente “Addio amore e ricorda: non è tardi per ricominciare”
“Andrè ti prego non andare…”
Oscar si svegliò con le lacrime agli occhi.
Andrè aveva ragione, era ora di ricominciare a vivere.
Si alzò e dopo aver coperto per bene il piccolo Andrè, decise di spiare Robert mentre dormiva. Era bello, somigliava molto ad Andrè.
Si inginocchiò vicino a lui e prese ad accarezzargli la fronte. Robert in quel momento aprì gli occhi di un verde brillante e in quello sguardo Oscar vide quello di Andrè
“Oscar cos’hai? Tutto bene?”
“E’ ancora valida la tua proposta Robert?”
Robert si alzò di scatto “Dici sul serio Oscar?”
“Sì” sussurrò lei, poi lo baciò, prima piano poi con più passione.
Oscar cominciò a spogliare Robert “Ti voglio”
Scivolarono sul pavimento. Robert sfilò la camicia da notte di Oscar e il contatto dei suoi seni con il petto di lui li eccitarono sempre di più. Si amarono per tutta la notte con la stessa passione con cui si amano ora ad un anno di distanza
Sono sposati, vivono in una piccola casetta in Normandia. Oscar ha venduto la vecchia proprietà, ultimo peso della sua anima.
Oscar è affacciata al balcone e osserva Robert che gioca con il piccolo Andrè, guarda il cielo e, respirando a pieni polmoni la brezza marina, sfiora il suo ventre gonfio. Tra qualche settimana nascerà una sorellina o un fratellino per Andrè che non vede l’ora.
“Avevi ragione tu, Andrè amore mio: non è tardi per ricominciare…”

Fine.

Come vi è sembrata? Per contattare l'autrice: ladyfrancy2001@yahoo.it
postato da: ondaraminga alle ore 08:39 | Permalink | commenti (11)
categoria:fanfics
domenica, 01 ottobre 2006
Alain era tra la folla e assisteva addolorato all’esecuzione di morte per decapitazione dei suoi due amici più cari: Bernard e Rosalie.
Era il 29 luglio 1794 e, dopo l’esecuzione di Robespierre, avvenuta il giorno prima, si stava procedendo a quella di tutti i suoi seguaci.
Alain era lì, avrebbe voluto aiutarli, ma era consapevole che sarebbe morto anche lui senza migliorare le cose. Pensò a come sarebbe stato, se anche lui fosse morto, e solo in quel momento si rese conto che era rimasto l’unico, era il solo a sapere di Oscar e Andrè, della Regina, di Rosalie, di Bernard! E pensare che solo pochi mesi prima erano andati a fargli visita per raccontargli gli ultimi avvenimenti della Rivoluzione!
Era impressionante…No! Non poteva morire! Era una storia troppo bella e tragica nello stesso tempo per morire con lui!!!

Si ricordò che Bernard gli aveva detto che voleva scrivere un libro sulla Rivoluzione…e parlare anche di Oscar e André…forse l’aveva già iniziato! Doveva proseguire a raccontare, e doveva farlo al più presto, ma come?
Non era molto istruito e da tempo aveva dimenticato come si teneva in mano una piuma! Ma i suoi pensieri furono interrotti dal grido “Chatelet Bernard et La Morielle Rosalie, condannati per aver appoggiato pubblicamente Robespierre!”.
Alain, che si trovava vicino al carro, incrociò lo sguardo di Rosalie e lesse sulle sue labbra sottili: “La rosa…Chantal!”. Alain annuì, senza tuttavia capire il significato di quelle parole.
Quando la ghigliottina ebbe fatto il suo dovere, Alain tornò nel paese dove si era trasferito dopo il 1789, e durante il viaggio pensò alle ultime parole di Rosalie e al suo progetto di raccontare a tutta la Francia di Oscar Françoise de Jarjaies ma si rese conto che sapeva ben poco di lei, e rifletté se ci fosse qualcuno che lo potesse aiutare: il Generale e la nonna di André erano morti, così come la Regina, Rosalie e Bernard.
A chi si poteva rivolgere? Ad un tratto si ricordò che André gli aveva parlato molte volte di un conte svedese, amante della Regina, che gli aveva rubato “il suo tesoro più prezioso”; ma ne parlava come fossero amici e quindi Alain, anche se non aveva mai capito la frase, decise di rintracciare quel…. Come si chiamava?… Conte di….. Fer… Fer… Fersen!
Sicuramente, se era ancora vivo, avrebbe saputo dargli un aiuto: conoscendo André, doveva per forza sapere qualcosa di Oscar. E poi c’era sempre il presunto manoscritto di Bernard.
Avrebbe prima mandato una lettera al conte, dicendogli che si sarebbero incontrati a Varennes, luogo in cui abitavano i suoi due giovani amici, e poi, una volta qui, avrebbe cercato ciò che aveva scritto il giornalista rivoluzionario! Inoltre a Varennes conosceva il proprietario di una locanda, che li avrebbe ospitati a buon prezzo!
Si recò da un amico d’infanzia, ora avvocato, Gilbert, e gli annunciò che voleva scrivere un libro. “Tu? Ma piantala di scherzare Alain! Non sai neanche cos’è una A!”. Ma Alain non scherzava, e disse: ”Sì, scusa, mi sono espresso male! Scriverai tu al posto mio! Tutta la Francia deve sapere la storia di due ragazzi che hanno dato la vita per i loro ideali!” Mentre diceva questo le lacrime gli scendevano dagli occhi e per la prima volta Gilbert si rese conto che il suo amico era molto più profondo di come sembrava e che la sua vita era stata piena di tragedie e di dolore. Per la prima volta capiva chi era Alain!
Gli promise che lo avrebbe aiutato e Alain gli chiese un ultimo favore: scrivere una lettera a Fersen per invitarlo in Francia e raccontargli di André. L’avvocato, al nome di Fersen si fermò a pensare...l’aveva già sentito quel nome...ne era certo, ma non disse niente ad Alain per non turbarlo.
Quello stesso giorno Alain spedì la lettera e la risposta di Fersen non tardò ad arrivare. Il conte sarebbe giunto a Varennes il 12 agosto, ma temeva di essere di poco aiuto. Alain certo non immaginava che Fersen non solo non gli sarebbe stato d’aiuto, ma avrebbe addirittura rappresentato un impiccio.
La sera del 31 luglio Alain e Gilbert erano già a Varennes e il locandiere amico dell’ex soldato stava mostrando loro le camere.
“Ehi Jean, tra qualche giorno arriverà anche un altro mio conoscente: tieni un posto anche per lui!”, avvertì Alain. “Niente paura! Qui c’è posto per un intero esercito!!!”. I giorni passarono e finalmente arrivò il 12 agosto.
Alain pensava di sostare per qualche giorno a Varennes con Fersen e di cominciare a scrivere qualcosa su André; poi sarebbero andati a recuperare, in massimo segreto, qualche scritto di Bernard. Intanto era già sera inoltrata e Fersen non si vedeva.
Alain cominciò a pensare che forse era stato aggredito dal popolo rivoltoso, e inoltre non sapeva neanche che tipo di uomo si sarebbe trovato davanti! Per quanto aveva capito dalle vaghe descrizioni di André il conte era un uomo molto scaltro e in gamba! Ma intanto non si vedeva nessuno all’orizzonte, e Alain si decise che Fersen si era guardato bene dal recarsi nella Francia della “Madame Guillottine” e si avviò verso la locanda.
Proprio in quel momento sentì galoppare in lontananza e quando si voltò vide uno spettacolo terrificante: il comandante Oscar? Il suo fantasma? Oppure chi era quel cavaliere dai lunghi capelli biondi con un mantello nero che cavalcava così elegantemente? A mano a mano che si avvicinava Alain capì che era stato uno scherzo del destino e che quello molto probabilmente era il conte Hans Axel Fersen!
Quando gli fu praticamente di fronte Alain ne fu sicuro e disse: ”Benvenuto conte, benvenuto nella Repubblica di Francia!”. L’uomo scese da cavallo e salutò Alain: ”Grazie Alain, chiamatemi soltanto Fersen! Vedete, sono partito di nascosto dalla Svezia nonostante il divieto del mio stesso Re. Loro dicono che… Ma lasciamo stare..”.
“Giusto! - proseguì Alain - Parleremo di tutto domani! Ora godiamoci una buona zuppa alla locanda dove alloggerete!”.
La locanda era a circa un’ora di cammino e Alain cominciò subito a raccontare al conte della sua idea di scrivere un libro sulla Rivoluzione, o meglio, di continuare quello di un suo amico morto pochi giorni prima. Gli annunciò che voleva scrivere anche di André, e che lui gli sarebbe stato di molto aiuto! Non menzionò Oscar perché pensare a lei e soprattutto parlarne non gli piaceva, lo faceva commuovere e voleva dare l’impressione di un uomo sicuro e forte!
Ad un certo punto si accorse che Fersen lo ascoltava come se non sapesse nulla di quello che stava raccontando e gli chiese se ci fosse qualche problema. “Vedete Alain -rispose il conte- il fatto è che non vi posso essere d’aiuto! La ragione per cui sono venuto, correndo molti rischi e pericoli, è che solo voi potete aiutarmi a ritrovare me stesso! Perdonate il mio egoismo!”.
Alain non capiva: ”Cosa state dicendo? Voi conoscevate bene André: mi parlava spesso di voi.”.
Ma lo svedese ripeté: ”Non posso proprio aiutarvi! Forse lo conoscevo, ma è stato molto tempo fa! Circa un anno fa, il 17 giugno 1793, mentre cavalcavo nel parco della tenuta di mio padre, caddi bruscamente e da allora, mio caro Alain, io non ricordo più niente della mia vita precedente! Ho fatto di tutto per venire qui: mi sono opposto al volere del Re che continuava a pregarmi di non partire, e a quello di mio padre, che ha fatto di tutto per impedirmi di compiere questo viaggio insidioso! Oh come sono stato stupido! Pensavo che vedendovi mi sarei ricordato tutto, ma non è stato così!”.

Alain si demoralizzò: stava rischiando la vita ospitando un nobile che non lo avrebbe neanche aiutato. Ma, provando compassione per il conte, gli disse che lo avrebbe aiutato e poi aggiunse: ”Ma davvero non ricordate nulla? Neppure la Regina Maria Antonietta?”
“Oh non pronunciate ancora quel nome! Nel tentativo di curarmi molti mi hanno parlato della Regina e della nostra storia d’amore, ma io non la ricordo, come non ricordo il vostro amico! Io non so più chi sono, l’unico ricordo che ho è…ma no, non ha importanza, i sogni e la fantasia a volte fanno brutti scherzi!”.
Intanto erano giunti davanti alla locanda e Alain mostrò a Fersen il luogo dove sistemare il cavallo. Il conte durante il viaggio aveva ripetuto molte volte che era sicuro di aver già visto quei luoghi, che gli erano familiari, e Alain gli aveva detto che aveva percorso chissà quante volte quella strada, visto che era la principale per arrivare a Versailles.
Entrati nella locanda si sistemarono ad un tavolo e Alain ordinò a Jean due piatti di zuppa calda per lui e il suo amico “Hans”! Jean impallidì e corse al tavolo suscitando la curiosità di Alain che si chiese da quando il suo amico fosse così laborioso. Ma non si trattava di lavoro! Jean prese per un braccio Alain e gli chiese: “Da dove viene il tuo amico? Rispondi Alain!”
“Dalla Svezia! Si chiama Hans Axel von Fersen…lo conosci?”
“Alain ma sei impazzito? Se trovano quell’uomo lo ammazzano! Nascondilo nel retro della locanda, presto!”
Alain che continuava a non capire disse a Fersen di seguirlo nel retro, dove Jean si avventò sul conte gridando: “Voi, come osate tornare in questo paese? Vi ucciderei con le mie stesse mani, se non foste amico di Alain!"
Fersen non si perse d’animo e disse chiaramente che lui non sapeva di cosa stesse parlando e tentò di spiegarne la causa, ma il locandiere lo bloccò: “Tutte storie! Se siete venuto per la Regina sappiate che è troppo tardi! La abbiamo già affidata e Madame Guillottine! Forse non lo sapevate, la Svezia è troppo lontana e certe notizie non arrivano…Tre anni fa…Non vi ricordate cos’è successo tre anni fa? Alain, ti chiedo il permesso di uccidere quest’uomo, per quello che ha fatto alla nazione!”.
Alain prese le difese di Fersen e spiegò la causa per la quale egli non ricordava più niente; il locandiere anche se ancora diffidente raccontò: “Il 20 giugno 1791 voi cercaste di portare in salvo la famiglia reale, ma la carrozza fu fermata qui, davanti alla locanda: voi parlaste con Maria Antonietta, poi vi mischiaste con la folla e spariste dalla circolazione! Solo più tardi mi fu detto che eravate il famoso conte di Fersen, il famoso amante della regina! Non dimenticai mai la vostra faccia e giurai a me stesso che se vi avessi ritrovato vi avrei ucciso con le mie mani!”.
Alain ricordò di una fuga sventata della famiglia reale, ma non sapeva che proprio Fersen ne era il responsabile! Si pentì di averlo invitato, ma nello stesso tempo provò compassione per quell’uomo che veniva aggredito per una colpa che non ricordava di aver commesso. E poi la sua non era una colpa: in fondo aveva messo in pericolo la sua vita per salvare la donna che amava.
Alain promise a Jean che non si sarebbe più fatto trovare alla locanda con l’amico svedese, e il locandiere a sua volta dette la sua parola che non avrebbe aperto bocca sulla sua presenza in Francia! Uscirono dal retro, e Alain procurò all’amico un cappello per evitare altri incidenti, poi mandò a chiamare da Jean l’avvocato Gilbert, che in pochi minuti si trovò sul retro con gli altri due.

Quando l’avvocato seppe ciò che era accaduto alla locanda capì che anche lui era in serio pericolo e per un momento pensò di tornarsene a casa, ma poi non se la sentì di abbandonare così Alain e annunciò agli amici che sarebbe rimasto con loro.
La notte era ancora lunga, e Fersen correva un grosso rischio a chiedere ospitalità, così Alain decise di anticipare la visita alla vecchia dimora ormai disabitata di Bernard, ai limiti del paese; in fondo di notte era comunque meno pericoloso.
Mentre si stavano dirigendo alla casa Alain si rese conto che il pericolo che correvano era veramente grande: rischiavano di essere ghigliottinati con l’accusa di essere “nemici del popolo!”, lui, proprio lui che aveva combattuto contro la monarchia e che voleva scrivere un libro su due fantastici rivoluzionari!
In quel momento di sconforto esclamò: “Ah se ci fosse Oscar…”. Fersen sussultò e girandosi di scatto verso Alain gridò: “Come avete detto? Oscar? Ho già sentito quel nome, ma… chi è?”.
Alain si stupì molto e rispose: ”Il comandante Oscar…una donna fantastica…non ho mai conosciuto una donna così!”. Fersen impallidì: “No, non può essere…ma allora…”
“Cosa non può essere, Fersen, cosa? Ricordate qualcosa?”
“Il sogno, Alain, il sogno! Tutte le notti vedo una bellissima donna bionda con grandi occhi azzurri che, vestita come un uomo, cavalca un destriero bianco. Poi scende, e all’improvviso è vestita come una dama: noi balliamo, lei mi dice di chiamarsi Oscar, e poi svanisce come per magia!”.
“Sì, sicuramente vi ricordate del comandante Oscar…André non mi aveva mai detto che la conoscevate…”.
“Alain, vi prego, parlatemi di lei, così che io possa ricordare!”.
Alain raccontò tutto quello che sapeva di Oscar prima che diventasse comandante dei soldati della Guardia.
Fersen cominciò a ricordare, prima solo immagini offuscate, poi sempre più definite, e infine disse che si ricordava tutto quanto, Maria Antonietta, André, Luigi XVI, Versailles, la fuga di Varennes…ma certo…la guerra in America e…il ballo in cui Oscar gli aveva aperto il suo cuore…
A queste parole Alain impallidì: Oscar amava Fersen? Ecco cos’è che il conte aveva rubato ad André: l’oggetto prezioso era il cuore di Oscar! In quel momento voleva dire tante cose ma l’unica parola che gli uscì dalla bocca fu: ”Cosa?”.
Fersen proseguì: “Ma certo, io le dissi che amavo Maria Antonietta e che lei era solo il mio “migliore amico”. Ma quando mi disse “Addio” capii che era solo lei l’unica donna che avessi mai amato, Oscar Françoise de Jarjaies! Alain vi prego, portatemi da lei!”.
Alain, sconvolto, decise per il momento di non turbare il conte con la tragica notizia della morte di Oscar, e gli annunciò che era emigrata in Austria dopo la Rivoluzione per sfuggire ai rivoluzionari. Fersen promise ad Alain che lo avrebbe aiutato, e poi sarebbe andato a cercarla.
Intanto erano giunti davanti alla casa disabitata di Bernard e Rosalie e Alain decise che sarebbero entrati lui e il conte, mentre Gilbert sarebbe rimasto fuori a fare la guardia. Erano appena entrati che da lontano una voce femminile disse: “Se cercate Bernard Chatelet, sappiate che è stato ghigliottinato!”.
Alain si fece coraggio e chiese alla donna di mostrarsi; la ragazza venne avanti e si presentò: “Salve signori, mi chiamo Chantal e se cercate ospitalità siete arrivati nel posto giusto. Voi siete per caso Alain de Suason?”.
Alain si ricordò delle ultime parole di Rosalie e annuì: ”Sì, e sono qui per cercare il manoscritto di Bernard sulla Rivoluzione!”.
Chantal gli rispose: “Mi spiace, tutti gli scritti di Monsieur Chatelet sono stati bruciati, ma ho lo stesso qualcosa per voi! Seguitemi.”
La ragazza guidò i due verso una stanza piccola illuminata da una fievole candela e disse: “Ho 21anni e sono, o meglio, ero la cameriera di Rosalie. Il giorno che vennero a prendere Bernard, la mia padrona scoppiò in lacrime e mi disse che sarebbero venuti a catturare anche lei a distanza di qualche giorno e mi disse di nascondermi a casa mia fino al suo arresto; poi mi affidò una rosa bianca e mi ordinò di custodirla e di darla a voi, Alain de Suason, e che avreste capito.”
A quel punto Chantal diede ad Alain la rosa bianca di carta e scappò via. Fersen non aveva capito nulla di quello che era successo e chiese spiegazioni. Alain gli raccontò che quella rosa era stata fata dalla Regina la notte prima della sua esecuzione, e che il suo ultimo desiderio era stato quello di colorarla con il colore preferito di Madamigella Oscar.
Fersen cominciò a dubitare della storia dell’Austria, ma non indagò perché in fondo riteneva Alain un uomo onesto.
I tre decisero di passare la notte nel casolare e il mattino seguente sarebbero partiti per Versailles. Alain voleva trovare tracce di Oscar, e Fersen voleva mettere a fuoco i ricordi.
Il giorno dopo arrivarono a Versailles nel tardo pomeriggio e grazie all’abile Gilbert riuscirono ad ottenere il permesso di ispezionare il castello di Versailles e il Petit Trianon. I tre si recarono immediatamente alla reggia e Fersen mano a mano che vedeva saloni e corridoi ricordava il suo passato e quando giunsero nel Salone degli Specchi ci mancò poco che piangesse, ricordando la sua Oscar.
Dopo mezz’oretta di cammino arrivarono davanti al Petit Trianon e qui Fersen ricordò per un momento la sua Regina e si rese conto che non l’aveva mai amata come Oscar, però le aveva voluto molto bene e i suoi occhi si riempirono di lacrime; si gettò a terra e affermò che la Francia era stata per lui fonte di gioia e di dolore, e che non vi sarebbe più tornato per non rievocare i fantasmi del passato.
Alain, commosso dalle parole dell’amico lo aiutò a rialzarsi e gli chiese se era ancora sicuro di voler entrare nel Petit Trianon. Egli rispose che ormai valeva la pena di entrare e, come il giorno prima, lasciarono Gilbert di guardia. Lo splendore non era neanche più la metà di quello di una volta, ovunque vi erano ragnatele e i mobili erano quasi ammuffiti.
Fersen, che di quel luogo era pratico, guidò Alain nella camera della Regina, e lo esortò a spostare un mobile; infatti sotto di questo si trovava una botola dove la regina nascondeva le lettere di Fersen. “Alain, vi chiedo il permesso di bruciare queste lettere, così che il nostro amore possa rimanere nascosto!”.
Alain annuì e invitò il conte a procedere: Fersen prese tutti quei fogli e li buttò nel caminetto. Però al fondo della botola c’era ancora qualcosa: un libro, no il diario, il diario di Maria Antonietta. Fersen lo porse ad Alain dicendo: “Fatene quello che volete. Se vi può servire, leggetelo, ma poi, vi prego, bruciatelo.”
Alain lo prese e cominciò a sfogliarlo. Sapeva leggere a malapena, ma non osava dirlo al conte e cercò di sforzarsi per decifrare qualcosa. Il 3 aprile 1785 Antonietta scriveva: “…Ho detto solo a Madamigella Oscar che il mio ultimo nato, Luigi Carlo, duca di Normandia, non è figlio del Re, ma del mio amato Fersen, questo sarà il nostro piccolo segreto…”. Alain non era istruito ma non era neanche stupido: gli bastarono poche parole per capire il significato della frase e guardò Fersen compiangendolo per la sua vita così disperata. “Voi…voi eravate…”, Fersen non capiva, “Voi eravate il padre del delfino? Di Luigi Carlo, terzogenito di Maria Antonietta.”. Fersen impallidì e strappò il diario dalle mani di Alain per gettarlo nel fuoco, ma dall’ultima pagina saltò via una busta che Alain prontamente afferrò. Era una lettera indirizzata a Madamigella Oscar. La aprirono e Fersen lesse:

Versailles, 27 giugno 1789
Mia carissima Madamigella Oscar,
Quello che vi scrivo è una confessione da amica e per questo voglio che voi bruciate questa lettera prima che capiti in mani sbagliate. Dopo che ci siamo dette addio e le nostre strade si sono separate ho pianto molto e mi sono resa conto che nella mia vita ho sbagliato tutto quanto. Ora non posso più riparare e non otterrò più l’amore del mio popolo, quindi non mi resta che tentare di salvare almeno la mia famiglia. Voi ora siete la mia migliore amica e la mia peggior nemica, ma vi prego di esaudire due miei desideri. Il primo è che voi vi mettiate in salvo e non corriate rischi schierandovi con il popolo; il secondo è quello di mantenere il silenzio sul nostro prezioso segreto. Forse non troverò mai il coraggio di dire a Fersen che il Delfino è suo figlio, e proprio per questo vi prego di tacere.
Maria Antonietta

Il conte piangeva mentre leggeva a voce alta e la lettera si dimenava nelle sue mani nervose e tremanti. Quando ebbe finito si girò verso Alain e gli disse: “Se Madamigella Oscar si è unita ai rivoluzionari, non può essere emigrata in Austria per fuggire ai suoi alleati! Ora ditemi Alain, dov’è Madamigella Oscar?”.
Alain, sconvolto da quello che aveva scoperto negli ultimi minuti, lo fissò a lungo in silenzio e poi gridò: “È morta, maledizione! Oscar è morta, come André, sono morti il giorno della presa della Bastiglia! Voi non potete sapere quanto si soffre a veder morire lo stesso giorno i migliori amici che un uomo possa avere! Si amavano, Fersen! Oscar aveva capito finalmente che l’uomo della sua vita era André, e non eravate certo voi! E poi…sono morti!”.
Fersen era come ipnotizzato da ogni parola che usciva dalla bocca di Alain promise a se stesso che non sarebbe mai più tornato in Francia. All’improvviso da un angolo buio un’ombra avanzò dicendo: “Oscar non è morta, lei vive nei nostri cuori!”.
Sbalorditi, Fersen e Alain guardarono quell’uomo dai lunghi capelli castani con aria interrogativa ed egli proseguì: “Sono Girodel, ex-comandante della Guardia Reale. Come voi Fersen, ho amato Oscar, e dal giorno della sua morte, provocata da uno dei miei soldati, vivo qui. La Regina mi aveva affidato quella lettera da dare personalmente a Oscar, e quando lei morì io mi rifugiai qui, riportando la lettera al suo vecchio posto. Ma vi prego Alain, di abbandonare il vostro progetto di scrivere quel libro. Oscar e André non amavano la notorietà e verrebbero sconvolti troppi cuori se la Francia saprà…”.
Alain lo tranquillizzò: “Dal momento in cui il conte ha cominciato a leggere la lettera della Regina, ho abbandonato la mia idea. Questa storia morirà con noi!”; poi frugò nelle sue tasche e trovò la rosa di carta. Girodel la vide e disse: “Il fiore del colore preferito di Oscar!”
Alain stupito chiese a Girodel come facesse a sapere che il bianco era il colore preferito di Oscar, e lui rispose che una volta gli aveva confidato, passando davanti ad un giardino di rose bianche, che il bianco era il colore che preferiva perché le ricordava tanto Arras, il paese dove si recava spesso con André da bambina, e perché, diceva, era il colore della libertà. Decisero di seppellire la lettera e la rosa vicino alla tomba di Oscar.
Fersen era rimasto come immobile, scosso da quell’ultimo arrivare a raffica di notizie tragiche, poi finalmente parlò: “Promettete Alain, che non direte mai niente su quanto avete sentito in questi ultimi momenti? È importante Alain, vi prego, ho bisogno della vostra parola!”
“Lo prometto!”.
Ma qualcuno parlò...

Marcella

postato da: ondaraminga alle ore 08:12 | Permalink | commenti (3)
categoria:fanfics
martedì, 01 agosto 2006
Dall'autrice:

Come sempre, quando scrivo mi lascio trasportare dal flusso dei miei pensieri. Le parole appaiono e scompaiono e io le rincorro fin quando non le porto su carta.
Ho ripreso un tema a me caro già affrontato in “Piccola anima smarrita e soave” (
potete trovarla sul sito La leggenda di Versailles)
L’idea del corpo che perisce e della morte incombente. E il poi il binomio amore-morte che fa da filo conduttore a tutto quello che ho scritto finora. Ne sono attratta forse perché così facendo è come se volessi indagare i segreti dell’animo umano che ci sono oscuri.
Non so se vi sono riuscita..o se mi sono ripetuta rispetto a quanto già scritto.
Ma ho lasciato ancora una volta che a parlare fosse la mia anima…

« Qui n’a plus qu’un moment à
Vivre n’a plus rien à dissimuler.. »
Quinault , Atys…”

 

Mi sono decisa finalmente….
Dopo giorni di inquietudine e domande mi sono decisa ad affrontare la verità e il mio destino.
Nulla e nessuno lo potrà cambiare e tantomeno io.
Mi sarebbe piaciuto poterlo affrontare ad armi pari, ma non ne ho la forza né il potere.
Questa volta ho davvero conosciuto la sconfitta.
Ho deposto il mantello e i guanti sul tavolo e mi sono slacciata l’uniforme.
Io per prima mi sono sorpresa dell’inconsistenza del mio corpo.
Mi sono adagiata sul letto allo stesso modo in cui un cadavere viene poggiato nel sudario che lo avvolgerà per l’eternità.
Ma io ero viva, ancora viva e su quel letto mi sono resa conto per la prima volta che la mia vita mi stava lasciando.
E’ difficile rimanere un Comandante davanti ad un medico.
E’ difficile simulare indifferenza.
Più difficile ancora essere donna e accettare il responso che già conosco con lo stesso coraggio richiesto ad un uomo.
Io che uomo sono stata per tutta la vita.
Ma non mi si può chiedere anche di non avere paura, questo proprio non me lo si può chiedere.
Sono anch’io un essere umano e sono una donna. Fragile.
Il suo occhio studia il mio corpo quasi cercando di oltrepassare le barriere del mio involucro fisico.
Lo interroga come a cercare risposte che non trova.
Ma io vedo sul volto di quest’uomo solo tristezza e rassegnazione.
“Oscar perché vi siete attardata a venire da me? Perché?”..
Forse c’è ancora una speranza?
E se c’è , quale è?
“Dovete riposare Oscar, dovete farlo, Ve ne prego”.
E’ dunque questo il rimedio? E’ dunque questo?
Ma lo sa quest’uomo che tutto sta cambiando e che io proprio ora non posso fermarmi….proprio non posso fermarmi…..
Maledetto corpo…maledetto…perché mi hai tradita?
Tu che mi sei stato fedele compagno per tutta la vita?
Ed ora sei invece come un mostro orribile senza pietà che getti la tua sfida come se io fossi tuo acerrimo nemico.
Decidi di abbandonarmi ora che ho bisogno di te come non mai…
Fuggi da me….fuggi.
Ma ti perdono , non ti porto rancore perché se tu fuggi, lei resta.
La mia anima, la mia coscienza , a farmi compagnia ora che ho bisogno di qualcuno che vegli ciò che resta di me….ciò che resta di me.
Dovrò rinunciare a tutto….
A librarmi nell’aria e a spingermi nel vento sul mio cavallo….
Se potessi rinascere vorrei essere come lui, nobile e fiero e libero.
Soprattutto libero, mentre galoppa nelle albe di luce o nei tramonti infuocati.
Eri tutt’uno col mio corpo, il mio ideale prolungamento…
Quante volte , levandomi nelle prime ore del mattino, ho cavalcato libera nel vento immaginando di essere finalmente una persona come tante, una donna…..
E ho sognato anche l’amore, non le battaglie…..
Ma ora è tutto finito…
Morte, comincio a conoscerti finalmente e a sfidarti.
Celi arcani segreti che presto mi saranno svelati…
Ascolterò fino all’ultimo le trame che per me stai tessendo.
E ti asseconderò.
Non posso più vincere tutte le battaglie
Prima o poi anche io dovrò soccombere e saggiare la sconfitta.
Ora è tempo che mi prepari all’agonia…
Ma dovrò farlo con dignità.
Ho conosciuto ricchezza e gloria e onori.
Molte cose mi ha dato la mia esistenza.
Ma non ho avuto tutto.
Non mi sono accorta che la cosa più bella e vera, la sola cosa che conta per la nostra vita, l’avrei scoperta alla fine dei miei giorni.
E mi trovo a pensare al povero e allo stolto che invece hanno trovato, almeno loro ,forse, l’essenza della vita, ciò per cui vale la pena vivere e che io ho inseguito come una chimera…mentre invece stava lì, da sempre.
Ed ora che io voglio cogliere quell’amore, devo dire addio ai miei sogni e fuggire la voce della mia anima che grida “Amalo!”.
E’ nell’approssimarsi della morte che ho compreso ciò che ho perduto….

E’ notte…
Tutto tace.
Sono al buio nella mia stanza e richiamo alla mia mente tristi ricordi.
Anche questa giornata se ne è andata.
Ho lasciato lo studio del medico con la mente che si perdeva in tetri pensieri…
Credo che la mia sia solo disperazione, null’altro.
Annoto i miei pensieri su una bianca pagina… Non so nemmeno perché lo faccio.
Forse per lasciare una traccia del mio passaggio.
Lascio ricadere sulle ginocchia questo foglio macchiato dalle mie lacrime….
La notte tutto avvolge mentre mi rifugio nuovamente nei miei pensieri.
Troverò pace solo quando ti incontrerò nei miei sogni popolati da fantasmi.
Dammi le mani e aiutami a vivere, almeno per quel poco che mi resta.
Non lasciarmi sola. Portami con te.
Non mi importa se sarà per un istante, se durerà un minuto.
Vorrei che fosse per tutta la vita ma so che non c’è più tempo.
La mia vita sarà già stata di una metà più lunga di quella che ho vissuto finora se tu mi sarai accanto.
E potrei lasciare finalmente questo mondo senza rimpianti…




Eufemia
postato da: ondaraminga alle ore 21:46 | Permalink | commenti
categoria:fanfics
martedì, 01 agosto 2006

Parigi, 13 luglio 1789, il popolo in fermento si scontrava su ogni strada, lottava per recuperare una falce, una pala o addirittura un fucile. Voleva fronteggiare gli eserciti invasori, squadroni provenienti da ogni dove della Francia per difendere i nobili dalla rabbia del terzo stato. Persino il personaggio più cauto, quello ritenuto da tutti il più taciturno e timido del contado ora si faceva influenzare da quelli che erano i più burberi e ribelli alzandosi le maniche e mischiandosi nella massa.
Le donne e i bambini, nei negozi, per le strade, avevano paura. Non appena si alzava il sole in cielo iniziavano le scorrerie, i brigantaggi e le sparatorie.

Non tutti però avevano le idee ferme sul da farsi: i soldati della guardia ad esempio dovevano decidere chi tradire, la famiglia o la divisa. Molti erano dell’opinione di togliere l’uniforme e unirsi ad amici e parenti che per attaccare avevano solo le mani e per difendersi solo la camicia. Giocavano a carte per soffocare l’attesa.
I loro cuori però erano a casa, forse per l’ultima volta nella loro vita, tra la moglie e i figli, le madri e gli amici, a godersi gli ultimi sapori della vita mattutina. L’odore del pane ben cotto che entrava dalla finestra e il caldo sole estivo che riscaldava ogni cosa erano stati sostituiti dal puzzo del sangue della guerra e dal calore dei colpi dei fucili.

Lontano però da tutto questo, in un candido boschetto ancora non toccato dalla violenza e ingordigia umana c’erano due anime che da poco erano diventate una sola, fuse in un sol essere, spartite in due corpi: Oscar e Andrè, gli unici che quella mattina la rivoluzione non stava scheggiando.
Oscar, l’intraprendente comandante delle guardie reali, addetto alla difesa personale della principessa futura regina di Francia di una volta, aveva confessato e giurato amore eterno all’uomo più valoroso, gentile e premuroso sotto i suoi occhi, il suo Andrè. E quest’ultimo, che meno di tutti ne era rimasto sorpreso perché diceva di saper già tutto da tempo, l’aveva finalmente accolta tra le sue braccia che sembravano poter essere fatte a misura della donna, come se quando il signore l’aveva creati l’avesse separati dallo stesso blocco umano di purezza.
Così si erano presi e dati con ardore e passione, riservati per il momento fin da quando l’amor fraterno li aveva circondati con le sue catene infrangibili.
Poi il sonno si sa, colpisce anche il miglior degli amatori e si erano lasciati cullare dalle braccia di Orfeo che ad Oscar parevano piuttosto reali. Dopo l’amore infatti aveva poggiato il capo sulla forte spalla del suo uomo e lì col sorriso dipinto fin sulle guance si era assopita mentre lui la circondava con le sue calde braccia. Poi anche lui si era addormentato mentre sorridendo felice cogli occhi e colle labbra guardava le stelle e la via lattea splendere su di loro.

La mattina del giorno 13 fu lui che si svegliò per primo. Non aveva mai perso l’abitudine, da quando dormivano ancora nella stessa camera, di alzarsi prima di lei per poterla guardare quando era ancora presa dal sonno e il sole le faceva splendere i capelli.
Questa volta gli bastò piegare leggermente il capo in avanti per poterla vedere bionda, bella e splendente. Ora odorava di amore e splendeva per il suo di amore. Aveva il viso sereno e rilassato non teso e preoccupato come qualche ora prima. Le gambe ancora intrecciate stringevano piano le sue, ricordava di quando le aveva strette ancor di più per non farle male, ma lei non si era ritirata, non aveva paura e anzi si avvinghiata a lui ancor di più se ancor si potesse in quell’abbraccio.
Una mano di lei era distesa col palmo sull’erba umida di fresca rugiada dove una coccinella stava per posarsi. L’altra mano era invece poggiata e raggomitolata sul suo petto, segno che durante la notte, prima di assopirsi l’aveva abbracciato. Appena sentì quella mano, dopo essersi totalmente svegliato, vi poggiò sopra la sua e la strinse.

Il solo poter fare quel gesto gli riempiva il cuore di una gioia che andava oltre ogni confine dell’umana immaginazione. Per lui era stata una dolce tortura spogliarla pian piano e stringerla tutta; ora solo una mano… Era come la prova di quel che veramente c’era stato, di quel che per davvero c’era ancora.
La mente vagava, non stancandosi ancora di guardarla, alla voce di lei durante l’atto fatidico: era arrendevole e dolce, così femminile ma allo stesso tempo così sua.
Tante volte si era sognato con lei a fare l’amore una volta nella sua stanza, una volta sulle spiagge della Normandia dove erano sempre stati solo Oscar e Andrè, e un’altra ancora in un castello delle favole dove lui era il principe e lei era la principessa salvata dalla società cattiva che la voleva rapire a lui.
Ora la verità l’aveva sconvolto. Il suo sogno non assomigliava nemmeno alla minima parte di ciò che era successo. Era stato tutto così naturale e dolce, e lei anche era stata così naturale e dolce da non credere nemmeno che quella fosse la vera Oscar.
Tutti questi pensieri ed emozioni mentre ancora guardava il suo viso disteso e il suo cuore batteva all’impazzata scandendo i secondi.

Poi anche lei si svegliò. Aprì pian piano gli occhi e ciò che vide, la sua mano avvolta da quella di Andrè, poggiata a sua volta sul petto di lui, le fece arrivare la punta delle labbra fin sopra lo zigomo e poi anche il suo cuore prese a lottare con le sue emozioni. Dovette chiudere gli occhi per non piangere.

Andrè, che aveva visto i suoi occhi aprirsi e illuminarsi di quel nuovo splendido sole le baciò le tempie, sui capelli morbidi e dorati.
Il leggero contatto delle labbra di Andrè sulla sua chioma le fecero alzare il capo fino ad arrivare a guardarsi occhi negli occhi e perdersi in quel momento magico culminante nello sfiorarsi quasi timido di lingue che da quella notte avevano imparato a conoscersi.
Quando si staccarono lui le sorrise e lei impresse quel sorriso nella sua memoria per sempre.
“Buongiorno!” le disse poi con una voce fioca e dolce che le aveva riservato solo per quella notte.
“Buongiorno!” rimandò lei con la stessa voce fioca e dolce. Poi prese a guardarlo voltando gli occhi prima a destra e poi a sinistra con aria sorridente e sognante.
“Dormito bene?” scherzò lui. Era il solito, riusciva a sdrammatizzare anche nei momenti meno opportuni; ma era fatto così, e non l’avrebbe cambiato per nessun altro al mondo.

Lei ci pensò un attimo continuandolo a guardare con la stessa espressione sognatrice, poi alzò la mano che aveva abbandonato sul suo petto, lasciando cadere quella di Andrè che stringeva la sua, e gli carezzò la guancia emozionata. “Ti amo” gli disse e una lacrima bagnò la guancia, le labbra, il mento e poi la spalla di Andrè.
Lui allora sollevò la mano che lei aveva lasciato cadere e con il pollice le asciugò il pianto.
“Perché piangi?” le chiese poi con la stessa voce di prima.

Lei allora facendo segno di no con la testa scoppiò in lacrime e si rifugiò nell’incavo della sua spalla e pianse per un tempo indefinito in cui Andrè non seppe pensar ad altro che a lei, a cosa potessero averle fatto e a cosa potesse esserle successo per piangere a quel modo. Qualunque sarebbe stata la sua risposta, si disse, lui l’avrebbe consolata, coccolata, carezzata, baciata e avrebbe fatto l’amore con lei per non farle pensare ad altro che a lui, a loro e al loro amore, fragile come un fiore esposto alla pioggia della rivoluzione.

E lei piangeva proprio per questo. Erano fragili in quel paradossale mondo fatto di violenza e di guerra: la rivoluzione, l’occhio di Andrè, la tisi.
La tubercolosi madamigella è una malattia incurabile non inguaribile, si era sentita dire più e più volte. Ma nel mondo in cui viveva dove sembra vigere l’odio per la vita, era impossibile guarire. Aria sana, cibi sani, alimentazione corretta, tutte cose che avrebbe potuto avere solo se la Francia fosse stata l’illusione di pochi anni prima.

La verità è che lei sarebbe morta dopo aver potuto assaporare quell’amore per così breve tempo, per così pochi mesi, e cosa che le sarebbe dispiaciuta di più avrebbe lasciato Andrè da solo. Perciò gli aveva detto che l’amava, per non dover morire col rimorso di averlo fatto così poche volte.

Pian piano però si calmò e tornò ad essere la Oscar di sempre.
“Andrè, dobbiamo andare, ormai è l’alba, ci aspettano in caserma” gli disse con voce docile e dolce sollevandosi un po’ da lui che, all’udire di quelle parole, la aiutò ad alzarsi del tutto.


La caserma fu poi un’emozione per entrambi. Lei aveva deciso di schierarsi dalla parte del popolo perché lui l’avrebbe fatto perché non era un nobile e perché non aveva mai sopportato quel mondo in cui non poteva sposare Oscar a causa di una divisione in classi decisa quasi cent’anni prima.
Lei aveva confessato davanti a tutti di essere la sua donna, che aveva intenzione di seguirlo e di fare ciò che diceva lui una volta tanto. E fu in quel momento che aveva finalmente sconfitto il pudore che si era portata dentro per tanti anni e con il quale si era costruita una solida barriera che la proteggeva dal suo volere.
E si era voltata verso di lui come arresa, con la bocca semiaperta come stupita e le ciglia abbassate per la sorpresa che gli aveva fatto e l’imbarazzo, che svanì nei suoi occhi, che gli aveva provocato.

Lui invece era rimasto ad occhi aperti alla sua dichiarazione spontanea. Si aspettava una Oscar che volesse mantenere il segreto, timida ed impacciata tra di loro e fiera e combattiva in compagnia.
E invece questo. Ne era rimasto davvero sorpreso e quanto meno felice.
“Oscar” riuscì solo a sussurrare mentre la sua mente era affollata da parole che avrebbe voluto dire e gesti che avrebbe voluto compiere.

Ringraziare poi i soldati per i loro auguri rivolti al loro amore si era rivelato alquanto imbarazzante per entrambi, ma anche come una tappa da raggiungere che avrebbe segnato parte della loro storia.


Ma poi tutto era finito, sogni e speranze avevano lasciato il posto alla paura e alle lacrime. Lei con un salto lesto e scatto felino aveva evitato la pallottola, ma lui non ci vedeva bene e l’aveva presa in pieno. Lì sotto un ponte era successo, mentre lui colpito camminava verso di lei perché potesse proteggerlo e aiutarlo; lei, invece, terrorizzata dalla pallottola che lo aveva colpito, non riusciva a muovere un muscolo. Rivedeva tutti i loro sogni sfumati, sciolti, frantumati da quel colpo di pistola.
Poi preoccupata e allarmata per il suo Andrè, ché se ne potesse andare, ché potesse morire così, gli andò incontro. La ferita era grave, aveva bisogno di gridare dalle paura, ma non poteva, non doveva farlo, perché lui non si spaventasse. La prima regola è non far capire al ferito che è messo male, potrebbe allarmarsi ed accentuare l’emorragia.
Con la rabbia che le saliva fin sopra il cervello, che le faceva tremare mani e labbra, che le faceva sussultare il cuore, si alzò decisa e ordinò di portarlo a riparo, proteggerlo a qualunque prezzo, sangue, soldi, purché fosse del nemico.

E arrivarono al riparo, dietro le barricate dove i meno eroici tra i combattenti e più coraggiosi tra i cittadini erano al riparo dagli spari nemici e le lame assassine di chi crede che la vittoria gli sia riservata.

Bernard era a capo della massa. Anche lui s’impressionò vedendo il corpo in fin di vita di colui che ebbe pietà della sua e gliela salvò. Si era ripromesso che un giorno avrebbe ricambiato quel gesto, e ripagato quell’occhio, perché se lui non ci fosse stato ora la Francia magari non avrebbe pensato alla sommossa cittadina.
All’ordine di lei, cerca un dottore e presto, si era risvegliato da quello stato di trans e aveva gridato a tutti l’annuncio perché i più disponibili, i più gentili e più motivati potessero aiutare quell’uomo, figlio del popolo.

Così coloro spinti da spirito di altruismo, sperando che a fine giornata il cuore gli si fosse riempito di una vocina che gli diceva che seppur poco avevan fatto tanto, per bisognare chi, seppur aveva scelto la guerra, necessava di tutto l’aiuto possibile per guarire e avere un’altra possibilità di vivere.

Lei agitata non riusciva a star ferma; tremava tutto il volto, le gambe mosse velocemente in segno di nervosismo, e le braccia conserte. Voleva andare da lui, tenergli la mano, ma i medici stavano facendo il loro dovere. Rimanere a guardare gli straziava il cuore così camminava sopra e sotto , avanti e dietro per tutto lo spiazzale nervosamente, non perdendo mai d’occhio Andrè. Poi i dottori si erano allontanati e lei gli era corsa vicino perché potesse sentirla, sollevarsi, pensare a tutti quei progetti fatti insieme e guarire, per lei.
“Io non ti abbandonerò nemmeno per un istante” pensava.

Per qualche minuto, che lei ritenette abissale, stettero in silenzio entrambi. Lo guardava con occhi pieni di speranza, pensando ancora alla notte precedente, il mio primo vero momento passato insieme a lui, che all’improvviso prese la parola distogliendola dai suoi pensieri:
-Il sole sta tramontando non è vero Oscar?- aveva chiamato lei, e solo lei che per lui importava più di qualunque altra cosa.

Lei non potette fare altro che rispondere alla domanda col cuore in frantumi. Vederlo in quello stato era incredibile. Fino a qualche ora prima era così vivo, così sorridente e così felice di stare con lei. E ora?
-Si, sulla città è tornata la calma. Non si sente più il rumore di spari vero?- evitare che le persone si addormentino quando sono in fin di vita significa regalare loro qualche altro momento sulla Terra, e parlare è un metodo molto efficace.

-No, sento solo i piccioni che volano in alto per passare la notte- . Lui lo sapeva. Sapeva che stava morendo, sapeva di non poter stare un’ora di più ancora con la sua Oscar. Questo gli riempiva il cuore di infinita tristezza, ma non glielo volle far notare per evitare che lei soffrisse ancora di più.

Oscar annui.

Frattanto era accorso anche Alain, che voleva assistere il suo amico negli ultimi momenti, essere d’aiuto o di conforto o semplicemente guardarlo un’ultima volta.

Bernard guardava di sottecchi la scena. Stava parlando col medico, ma si era girato un attimo prima che il responso gli provocasse un dolore tale che non riuscisse a guardarlo.
Rigirandosi fece la fatidica domanda al dottore, il quale gli diede l’amara delusione di una guarigione dell’amico che sarebbe morto. L’avrebbe ricordato come un eroe si ripeteva dopo allontanandosi. Il suo eroe, che l’aveva salvato dalla morte una volta e che non aveva mai chiesto in cambio nulla, né per ciò che aveva dato né per quello che gli era stato tolto.

Oscar aveva sentito la discussione dei due. Non c’era niente da fare. Stupidi medici che non provano nemmeno a fare qualcosa. Si sono avvicinati e hanno scrutato la ferita. Cos’è hanno paura di un po’ di sangue? Perché non fanno niente?
A distrarla ancora una volta dai suoi pensieri la mano di Andrè che chiedeva di accarezzarla un’ultima volta, un’altra ancora per tutte quelle volte che non ha potuto. Lei gliela prese e pianse. Questa poteva essere l’ultima volta che stringeva la sua mano viva, che lo vedeva sorridere, anche ora, per lei, sempre per lei. Perché lei non piangesse più, l’ultimo vano tentativo di andarsene sapendola col sorriso, seppur finto sulle labbra.

-Che cosa c’è Oscar? Perché stai piangendo?-
Non voleva che piangesse. Il loro addio, stavolta definitivo, non doveva essere pieno di lacrime, ma di promesse e speranze di una vita migliore sulla terra e in cielo.

Lei non voleva perder tempo. Non ti ho mai dato niente Andrè, pensava, ora invece ti dico questo. Forse mi prenderai per pazza, ma mi conosci, sono fatta così. E un altro fiotto di calde lacrime a calarle dagli occhi. Poi:
-Ascolta Andrè io…io vorrei diventare tua moglie. Vorrei che mi portassi in un piccolo villaggio in una piccola chiesa dove ci sarà una semplice cerimonia. Ecco Andrè, vorrei solo che mi dicessi che io diventerò tua moglie-
E mentre diceva questo, gli faceva promettere questo, che stavolta era convinta essere la volontà di entrambi, strofinò il viso contro la sua mano come ad imprimerle il contatto e per immaginarsi invece tra le sue braccia. L’ultima sua carezza…

Andrè ne restò quasi sorpreso. Chissà perché il sogno più bello debba avverarsi in fin di vita. Un’esistenza ad aspettare questo, e ora… ora. Ma lui credeva di poter vivere, di poter combattere quel dolore straziante che gli attanagliava il petto, che sapeva l’avrebbe ucciso. Ma lui credeva di non poter cedere, che il suo amore avesse sconfitto anche questo.
-Ma certo Oscar, lo diventerai, è la cosa che più desidero al mondo!- E la voglia di vivere, di sposarla e prenderla in quel momento tra le braccia s’impadronì di lui.
-Oscar perché stai piangendo?Perché? Sto forse per morire?-
Ma pensava ad altro. No Oscar non devi piangere, perché io non morirò qui e ora. Non adesso che ci amiamo, che abbiamo una vita davanti. E poi tu ne soffriresti almeno quanto io soffrirei se perdessi te. No, non posso farti questo se è vero che ti amo!

E lei a provare ancora e ancora a fargli tornare il coraggio di far fronte a quel maledetto proiettile che l’aveva preso in pieno. E gli diceva che no, non stava per morire. E lui le diceva implicitamente che non si sarebbe arreso, che anzi non poteva morire in quel modo e in quel momento…
Poi tutto era finito. Lui era morto e niente più contava, solo rimorsi pianti e risentimenti; rimorsi per non essere stata sempre con lui, per non essersi scoperta innamorata da prima; pianto per la sua morte e risentimenti verso di lui che l’aveva lasciata sola in un mondo così brutto.

Tutto era passato, finito. Anche quella notte maledetta.
Poi il 14 luglio 1789, data che sarebbe entrata nella storia della Francia e di tutte le altre nazioni europee, arrivò.
Quel giorno nacque anche una legenda… quella di Oscar Françoise de Jarjayes, donna forte e autoritaria, capitano delle guardie reali, dovette scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è facile. Lei ha scelse l’amore di un uomo e l’amore di una patria. Perì sotto i fuochi della Bastiglia un’ora prima della sua presa… Mai la Francia conobbe persona più coraggiosa, Lady Oscar.

 

Veronica

postato da: ondaraminga alle ore 21:32 | Permalink | commenti
categoria:fanfics
martedì, 01 agosto 2006
Vorrei tanto che fosse andata diversamente, vorrei tanto che non ti avessero strappato a me. Colui che ti ha condotto dalla tua donna, quale io che almeno ho la gloria di destreggiarmi di questo titolo, è stato tanto crudele da sottrarti alle mie braccia, ai miei baci che erano solo per te, non ad un altro che non avrei avuto il coraggio di amare. Solo a te, mio unico vero amore. Unico…
Mi sono chiesta tante volte che senso avesse la vita, a cosa servisse vivere.
Ho da poco imparato che la risposta è soggettiva. Alcuni nascono per fare i fabbri, altri per governare e altri ancora per ribellarsi alle leggi ingiuste e corrotte dei secondi.
Solo oggi, questa sera, qui in questa chiesa, ho capito che tu sei nato per una cosa sola. Per me. Per proteggermi, amarmi e farmi patire dei sentimenti, per sempre.
Fino a poco tempo fa mi chiedevo che senso avesse vivere per me. Ieri notte lo avevo trovato. Quel senso eri tu. Tu l’unica cosa buona di una creatura strana e capricciosa, che tutto vuole e nulla da. L’unica cosa di cui mi importava e che ora non ho più. La mia disperazione aumenta se penso a quello che ho perso. Il tuo sorriso, i tuoi occhi ridenti, la tua bocca, le tue labbra, le tue mani che mi hanno scoperta e amata più di quanto mi fossi aspettata da un essere umano.
L’altra notte sei stato dolcissimo con me, anche quando meno me lo aspettavo pensavi a proteggermi, proteggermi da te. Ma non ho avuto paura e ti ho chiesto sussurrando e ansimando di continuare, che non mi importava niente, se fosse successo qualcosa… Non avrei avuto modo di portarla a termine ecco la vera risposta. Ti raggiungo amore, ti raggiungo!
Non ho il coraggio di sfiorarti, ma mi faccio passare questa paura e inizio a spostarti una ciocca di capelli da l’occhio inerme, chiuso e ferito. Poso la mia guancia in corrispondenza del tuo cuore, vorrei sentirlo battere, come ieri, quando il suo scandire vivo mi cullava e riempiva il mio silenzio.
Una mia lacrima cade sulla tua giubba.
L’uniforme… improvvisamente capisco che è ancora colpa mia. Se non ti avessi dato il permesso di restare tra i soldati della guardia… se solo … ma ora non posso, non posso rimediare e urlo, strepito e muoio pian piano perché tu non ci sei, non sei con me.
E’ passato il tempo guardandoti. Vorrei restare sempre qui con te, sempre. Se non posso vegliare sui tuoi passi che cercavano di nascondermi ancora il fatto che non ci vedi più, allora veglierò sonno, finché non mi esaurirò anch’io e ti seguirò.
Ero disposta a sposarti, ho rinunciato a tutto per te; e bene perché non sei qui commosso di ciò che ho fatto, a piangere con me custodendo il segreto delle mie d’amore versate per te, solo per te, ancora, di nuovo.
Avremmo potuto avere molto insieme.
Ci saremo sposati, avremmo avuto entrambi un anello al dito che ci avrebbe legato indissolubilmente l’uno all’altra.
Avremmo fatto l’amore ancora una volta, e un’altra e poi un’altra ancora fino ad addormentarci sfiniti l’uno tra le braccia dell’altra, e ti avrei stretto e in quella stretta avrei impresso l’immenso affetto che ho per te, amico, fratello,amore.
Ti sto odiando per avermi lasciata sola.
Mi amavi dicevi, non ti lascerò mai mi avevi promesso. E invece? Io sono qui e tu hai raggiunto quegli scapestrati dei tuoi genitori che hanno avuto il coraggio di metterti al mondo.
Ma come posso? Davvero ti odio per questo? No, non potrei mai mio amore unico e dolcissimo.

“Comandate, perdonate la mia irruenza, ma ora devo assolutamente chiudere i portoni, sapete girano ladri e soprattutto con questi tempi che corrono che…” Un prete, un frate mi chiede di uscire, di lasciarti.

E’ il nostro addio definitivo questo? Dobbiamo abbandonarci così, dopo venti anni di dura e solida amicizia fraterna e amore?!
Io non voglio e neanche tu lo vorresti, ma devo andare.
Tanto non ha più senso. Sono un corpo che girovaga tra la terra dei vivi, solo perché ancora non si può definire morto.
Un bacio ancora uno, l’ultimo vi prego, poi me ne andrò
Sto tremando ancora per il pianto, la mia bocca è madida di lacrime, quando mi chino a darti l’ultimo bacio, a sfiorare le tue labbra soffici e fredde per l’ultima e definitiva volta.
“Addio amore mio, a presto, a presto!”
Infine ho preso una delle tue mani con una delle mie, l’ho stretta alla guancia e ne ho baciato il palmo.

Ora posso andare e me ne vado.

Parigi, girovago in cerca di non so cosa, forse solo di conforto, che niente e nessuno potrà più darmi.
Ho parlato con Alain, dice che devo riprendermi e di capire il mio dolore. Ma come può? Una madre e una sorella non sostituiscono l’amore della tua vita, l’unica persona che eri destinato ad amare più di tutte.
Si ama di più colui che si è scelto di amare che coloro che il destino ti assegna. E io avevo scelto Andrè.
Il mio amore era platonico, non spiegabile a parole, una morsa allo stomaco al suo solo pensiero, al suo solo sorriso mi scioglievo. E ora faccio addirittura fatica a realizzare che non lo rivedrò mai più. Mai più il suo sorriso, mai più una notte come ieri, mai più, mai più Andrè.
Il mio sogno è svanito poi di nuovo col mio cavallo. Rivederlo mi ha fatto pensare che forse c’era ancora una speranza, che forse potevi tornare da me, che avremmo potuto cavalcare insieme ad Arras. E invece no, la morte di Cèsar mi ha riportato alla dura realtà.
Prima però l’aver incontrato quel ragazzino con suo padre mi ha fatto ricordare un po’ me e te. A quel fisarmonicista aveva un solo occhio, tuttavia era un sostegno per il figlio che ora è solo.
Avrei voluto dirgli “vivi ragazzo, tuo padre avrebbe voluto così!” e così ho capito che anche Andrè l’avrebbe voluto, che io vivessi…

Ma no, non posso farlo.

L’uomo è nato per vivere, io la mia vita l’ho vissuta ieri, il giorno più bello della mia vita. Il domani non mi riguarda, io lo vedrò, ma lui non vedrà me.
Io sono morta Andrè, non posso più vivere. Sono morta con te. E presto, molto presto, meno di quanto tu pensi io ti raggiungerò e vivremo lì dove sei tu la vita che ci hanno strappato, che ci hanno dato e poi ripreso.

Perché io ti amo Andrè, ti amo tanto!

 

Veronica

postato da: ondaraminga alle ore 21:29 | Permalink | commenti
categoria:fanfics